Bruce Ketta, il famoso postino del Cabaret italiano si racconta a Checabaret!

Lo incontriamo nel cuore della Bovisa, in una piccola caffetteria illuminata dal bianco riflesso dalle pareti, dove solitamente ama rifugiarsi per scrivere i suoi pezzi. Ci spiega che è uno dei suoi luoghi preferiti perché per creare ha bisogno dello stesso contatto con il pubblico che ritrova poi nei suoi spettacoli. La dicotomica suddivisione di artista serioso che compone le sue battute nel silenzio ovattato di uno studio e di personaggio simpatico ed estroverso sul palco proprio non gli appartiene. La comicità nasce osservando la realtà, scavando dentro le contraddizioni e le nostre incongruenze ma anche cogliendo l’energia trasmessa dalle persone. Come diceva Umberto Eco: “La comicità è la percezione dell’opposto, del diverso; l’umorismo ne è il sentimento.”

Come arrivi al personaggio del postino?

«Perché ho davvero lavorato in posta per undici lunghi anni, facendo proprio di tutto, anche se non sono riuscito a colmare i margini di peggioramento delle Poste Italiane. In realtà il personaggio è arrivato solo in un secondo momento quando già da tempo mi esibivo come monologhista nei locali. Dopo aver frequentato i laboratori di Cabaret, che sostanzialmente ti preparano ad affrontare un pubblico televisivo, ho capito che per bucare lo schermo avrei avuto bisogno di un personaggio dall’immagine: chiara, immediata e facilmente riconoscibile. Così senza peregrinare tanto tra le possibili soluzioni mi son detto: ma io il personaggio ce l’ho già in casa. E così è nato il postino.»

 

Con tanto di divisa originale.

«Sì, di sei divise originali, per l’esattezza! Ricevute in omaggio dal Direttore Generale di Poste Italiane dell’epoca che dopo i miei primi successi mi ha invitato a Roma in Direzione perché voleva conoscermi.»

 

Come si diventa cabarettisti?

«Nasci cabarettista.» Con la concretezza e l’immediatezza connaturate anche al personaggio che lo ha reso famoso al grande pubblico spiega: «Guarda, far ridere è una capacità innata, se sei capace te ne accorgi subito. Lo percepisci dalla risposta del pubblico. Ti accorgi se la platea ride, ti segue e si diverte. Certamente è importante apprendere la tecnica, fare tanta ma tanta gavetta perché l’esperienza conta ma se non hai questa indole è proprio impossibile fare il comico ed è consigliabile cambiare mestiere.»

 

Ci stai dicendo che questa professione non si può apprendere nei laboratori di Cabaret e nelle scuole di teatro?

«I corsi servono se hai la fortuna di incontrare dei validi insegnanti e se puoi confrontarti con gli allievi più promettenti del tuo stesso corso. I laboratori sono un discorso a parte. Io ho appreso molto dai cabarettisti bravi. Una buona esibizione, se ha tanto da insegnare, vale sicuramente più di cinque lezioni. Il vero banco di prova, comunque, rimane sempre il palco: il giudizio del pubblico è inesorabile. E se non funzioni vai a casa. Anche se devo constatare che spesso alcuni miei colleghi non sono consapevoli dei propri limiti. Sono convinti di aver spaccato anche quando dopo l’esibizione lasciano in sala tanto di quel gelo che ci sono i pinguini coperti dai cristalli di ghiaccio.»

 

Come riesci a vincere ogni volta l’emozione di salire sul palco per una delle esperienze più rischiose: far ridere il pubblico?

«A me non è mai capitato di non far ridere. Da quando ho scoperto questa propensione ho sempre affrontato il palco con molta sicurezza. Col tempo comunque ci si abitua a tutto. E poi sono convinto che il lavoro più difficile è solo quello che non sai fare

 

Qual è l’aspetto più avvincente di questa professione?

«Il contatto col pubblico. È sempre una soddisfazione sentire che in platea ridono di gusto per le tue battute. È un’emozione che si rinnova ogni sera.»

 

Quali sono le soddisfazioni più grandi che ti ha riservato questa professione?

«Sicuramente quelle che mi ha saputo regalare Zelig

 

Cosa ha rappresentato per te Zelig?

Inutile ribadire che quando ho cominciato io Zelig rappresentasse un punto d’arrivo per qualsiasi comico, come adesso del resto. Per me, però, non è stato solo la porta del successo ma ha significato tanto anche a livello personale. Consacrandomi al grande pubblico Zelig mi ha fatto capire che questa sarebbe stata definitivamente la mia strada, dandomi addirittura la forza di abbandonare il posto fisso. Quello sicuro che nessun genitore ti consiglierebbe mai di lasciare. Dovresti vedere la faccia dei miei genitori, anche loro da sempre impiegati alle Poste, quando una sera a cena gli ho annunciato le mie dimissioni. All’inizio hanno forse temuto, poi hanno capito e infine sono stati davvero orgogliosi. Anche perché in qualche modo continuo comunque a portare avanti la tradizione familiare!»

 

In quel momento hai avuto davvero un coraggio!

Sì, è vero ma la mia audacia è stata dettata dalla consapevolezza delle mie potenzialità. È stato un percorso molto graduale. Per questo ho potuto maturare col tempo questa decisione in piena serenità. Poi è indiscutibile che quando riesci finalmente a raggiungere i tuoi obbiettivi hai una forza da leone incredibile. E poi mi sono detto ma sarò mai così Stolto da non riuscire a sopravvivere col lavoro che ho sempre sognato di fare? Questo mi è bastato per dedicarmi esclusivamente alla professione di comico.»

 

Anche come testimonianza per molti giovani alla ricerca della propria strada, ci racconti quale è stato il tuo percorso artistico?

«Come molti comici, una volta approdato al Laboratorio di Zelig ho poi affrontato tutti i passaggi previsti, debuttando a Zelig Off dove nel 2005 ottengo subito un ottimo riscontro da parte del pubblico. A gennaio del 2006 riparte la nuova edizione di Zelig Circus. Un pomeriggio mentre sono al lavoro ricevo inaspettatamente una telefonata da parte della produzione di Zelig. Pur invitandomi a non montarmi la testa, consigliandomi di tenere i piedi saldamente per terra, mi comunicano che hanno deciso di provarmi a telecamere spente col pubblico del tendone di Sesto, dove in quel periodo registravano le puntate di Zelig Circus. Adesso non voglio peccare di presunzione ma, la sera del debutto sul palco del Cabaret più importante d’Italia, dopo pochi secondi ho subito percepito che il pubblico mi seguiva, riuscendo a trascinarlo in un vortice di continue risate. Durante l’esibizione scorgo con la coda dell’occhio Giancarlo Bozzo, ideatore insieme a Gino & Michele della trasmissione televisiva Zelig, che sotto il palco agita visibilmente il braccio come per dire: “Alla grande! È un successone!” Alle sei della mattina seguente ero già in Posta a lavorare. Nonostante il successo riscosso in quella magica serata di fine inverno, quell’anno, però, non possono inserirmi in scaletta perché la batteria di comici era già stata definita e le puntate pianificate. Allora come premio gli autori del programma mi concedono di chiudere la stagione di Zelig Circus. Un grandissimo privilegio. È un ricordo indelebile che conservo ancora gelosamente nella memoria e nel mio cuore. Anche perché da quel 6 aprile 2006 cambio definitivamente pelle. Smetto i panni da dipendente postale per diventare il più famoso postino d’Italia.»

 

Consiglieresti questa professione ad un aspirante cabarettista?

Adesso non lo so. Ci sono troppi cabarettisti in circolazione. Le numerose trasmissioni televisive dedicate al Cabaret non hanno certamente migliorato la situazione. È ormai una professione troppo inflazionata. Così i cabarettisti emergenti incontrano molte più difficoltà a procacciarsi una serata e quando ci riescono guadagnano sicuramente molto meno di quello che potevamo portare a casa noi un tempo.

 

Le trasmissioni televisive hanno forse esagerato a sfruttare la comicità come forma di intrattenimento?

Prima c’era Zelig e qualche altro contenitore televisivo, per cui gli autori potevano ancora selezionare accuratamente i comici da lanciare. Negli ultimi anni, con la crescita esponenziale di tutti questi nuovi programmi televisivi sul genere, invece, sono stati mandati allo sbaraglio moltissimi giovani cabarettisti condannandoli all’anonimato. Il problema, infatti, è che la visibilità televisiva non si è tradotta in notorietà. Io non voglio fare nomi ma se ti chiedo chi erano i protagonisti di Zelig degli anni duemila, sicuramente li conosci tutti. Perché erano degli artisti completi. Adesso invece non riusciresti nemmeno a citarmene sei di queste nuove trasmissioni, perché sono troppi. Molti non hanno nemmeno una preparazione adeguata per reggere il palco e comunque non sono personaggi così forti da poter affrontare una platea televisiva. E a dirla tutta, ci sono anche quelli che non fanno proprio ridere.

 

Che cosa è per te il Cabaret?

«La parte più genuina della comicità.»

 

Bellissima definizione. Superando, quindi, l’accademica definizione delle origini, pensi che attualmente il Cabaret sia riconducibile effettivamente alla comicità?

«Sì. Il Cabaret in questo momento in Italia si identifica con la comicità.»

Chiudiamo alti questa piacevole conversazione. Cos’è allora la comicità?

Per interpretare al meglio il suo ruolo, preferisce chiudere citando Gérard Genette. Sono convinto che: «Il comico sia solo il tragico visto di spalle.»

 

 

 

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